• Marco Stancati

INCUBATIO EST ORATIO ATQUE TOPAZIO

Aggiornamento: lug 20

No, è inutile cercare in Internet questa formula in un latino da locanda: non la troverete. Forse soltanto dopo la pubblicazione su questo magazine. Così come della sua divulgatrice, Esterina la levatrice, l’unica presenza sul Web è garantita da un mio scritto di qualche anno fa.


Esterina, vera autentica visionaria quando questo termine non era d’uso comune, intendeva dire che nella nostra attività onirica ci sono sia momenti di preghiera e di magia (oratio) sia ricerca di una protezione superiore e della felicità (topazio).

E un topazio portò al collo per tutta la vita perché era la “pietra della consapevolezza”.

Ester chiuse la sua vita in modo naturale ma con lo stesso messaggio di Cesare Pavese: "perdono tutti e a tutti chiedo perdono"

Quando il Gruppo di Custodi & Soci di Endecameron, dopo varie capriole immaginifiche e semantiche, convenne su “Incubatio” come tema dell’edizione 2021, subito mi venne in mente che sarebbe stato opportuno da quel momento in poi prendere nota dei miei sogni o incubi che fossero. Perché ero consapevole della loro labilità, del loro svanire al primo borbottio mattutino della moka.

Federico Fellini per trent’anni appuntò meticolosamente i suoi sogni con ricchissime illustrazioni. Ma ci vuole un allenamento per farlo. Oppure uno stress fisico che scandisca ciclici dolorosi risvegli. L’8 giugno mattina improvviso e cattivo un “colpo della strega” mi accoltella la regione lombare. Stanno per iniziare giorni e notti di un dolore bloccante e carogna che arpiona il mio corpo: ogni cambio di posizione toglie il fiato. Il ritmo sonno-veglia è totalmente sconvolto. La manualità del fisioterapista si alterna ad antidolorifici e antinfiammatori che eccitano l’attività onirica.

Dopo ogni doloroso risveglio, annoto su fogli sparsi il frammento di sogno/incubo: presto quei frammenti sono sparsi per tutta casa. Molti in camera da letto, altrettanti in salotto, ma pure nei bagni, in cucina e qualcuno sul terrazzo. Alcuni sottratti al vento e trattenuti dalle spine di un cactus.

Non è facile ricomporre il mosaico in una narrazione continua perché in qualche modo rischio d’introdurre una razionalità limitante a visioni fulminee, a schizzi di ricordi, a pulsioni sovrapposte, rischio di aggiungere o togliere qualcosa. Mi sono reso conto che il racconto in prima persona accentuava queste insidie e lo caricava di un’ulteriore apocrifa emozionalità. Sono passato alla terza persona e quasi di colpo è diventato più facile.


I protagonisti spesso sono identificati con nome e iniziale del cognome: non è una scelta stilistica, era così nel sogno. Io non avevo né nome né iniziale, o almeno non li vedevo, ma me li sono attribuiti per poter passare alla narrazione in terza persona.

Ogni tessera del mosaico ha una pluralità di scene: scene che talvolta sembrano slegate le une dalle altre, come se a qualche tessera mancassero dei frammenti. Non mancano, semplicemente non c’erano. Manca invece un’intera tessera; volata via perché i relativi fogli non trovarono un cactus a trattenerli.

Ogni tessera ha un titolo: è servito per rimettere insieme le scene che appartenevano allo stesso intervallo onirico. Ed è rimasto quel titolo scritto in fretta, con furia, a ogni risveglio:


1. PAPE SATÀN, PAPE SATÀN ALEPPE

2. FRANCESCO D CHE PER SCRIVERE DIMENTICÒ DI RESPIRARE

3. SENSO E SAPORE

4. DOMANI È UN ALTRO GIORNO

5. “AND DID IT MAY WAY” (la trapezista e le gattonanti)

6. LA CHIAVE E LA CROCE

7. SONO TUTTI LÌ NEL COLOSSEO

8. COME L’ARCANGELO GABRIELE

9. LA TESSERA MANCANTE


PAPE SATAN PAPE SATAN ALEPPE

Marco S è steso bocconi sul lettino del fisioterapista. È all’aperto, è notte; ma non è buio. Stenta a orizzontarsi. Sente un fischio di treno antico, di treno a vapore. A fatica si gira, con una fitta; riconosce la corte del Castello. Lo sferragliare del treno ora è forte: in uno sbuffo di fumo intravvede una sagoma venire quasi di corsa verso di lui, gli è vicino ma non distingue il volto, nascosto dal cappuccio di una felpa: “È l’anno giusto?” chiede l’incappucciato. Marco S non capisce la domanda e risponde: “Non lo so; è il 2021…” L’incappucciato scuote la testa: no, non è quello giusto. Si gira e s’incammina verso la scala in discesa entrando nella nebbia di vapore del treno. “Ma chi sei?” gli urla dietro Marco S. Lui alza il braccio e scrive sulla nuvola di vapore per tre volte la stessa lettera: PPP. Marco S capisce e gli urla dietro: “Tranquillo, l’anno prossimo sarà quello giusto…!”


Ma il treno a vapore, il fumo, il lettino sono spariti. Il montacarichi su rotaia del Castello sta salendo con un carico di maschere tribali; e una donna. Scende. È Francesca C, come dice una freccia segnaletica intermittente che compare appena mette piede nella corte.

Francesca C incontra una figura con un saio luterano: è Francesco C. Francesca giunta a due metri da lui alza lentamente il braccio destro, palmo aperto e indice puntato: “Pape Satàn, pape Satàn Aleppe!”

Francesco C apre la bocca e risucchia quelle parole. Le mastica più volte mentre gli occhi gli diventano radioattivi; concentra lo sguardo su Francesca C che si affloscia al suolo per dimenarsi, un istante dopo, tra bave filamentose che s’avvinghiano ai piedi dell’uomo col saio.


Il pozzo della corte comincia a eruttare prima suoni poi parole sorde, poi trame. In un groviglio di matassa impazzita erutta pure Monica P che, sbrogliando la matassa, intrappola i due contendenti con una ragnatela morbida ma urticante che provoca vesciche lattiginose che esplodono con un rumore sordo, orribile e putrido, aumentando la produzione di mucillagine organica che presto invade tutto il pavimento della corte e diventa un flusso di umori ribollente e torrentizio verso il giardino.

Vincenzo P corre a spalare nella piscina la mucillagine, esaltato dall’idea della sua prossima opera, prima che giunga sulla scena l’alternativa artistico-monnezzara-sublimante Kris L: immagina fagotti di migranti che annaspano nella vischiosità prodotte da quegli umani che avrebbero dovuto salvarli e che invece già allestiscono sull’altra sponda le gabbie dell’inganno.


FRANCESCO D CHE PER SCRIVERE DIMENTICÒ DI RESPIRARE

Francesco D ritiene che sia il momento opportuno per chiudere tutti in un suo futuro romanzo ambientato nel 3033, ammanettandoli a uno dei 777 capitoli; a quel capitolo si affretta a dare il titolo provvisorio di “Gelatine putrefatte e altre produzioni corporali di artisti del terzo millennio”. Alessandra F, con occhiali a orologio squagliato di Dalì, applaude convinta; Francesco P osserva perplesso, mentre Oliviero prepara il drone rassicurato dalla mancanza di vento.


Marianna A e Aldo A calano da una corda appesa al nulla: non tollerarono il sequestro letterario e, dopo aver indossato guanti protettivi fluorescenti, trascinano i cinque nella performance del sottovuoto finale; concedono loro di chiedere una cosa, una soltanto. Tutti chiedono delle cannucce; solo Francesco D chiede una penna. Rigorosamente Bic, old style. Contava di alternare scrittura e respirazione; gli riesce solo la prima cosa. Salvi tutti gli altri. Arriva Federico F e ordina di conservare lo scrittore sotto vuoto in una teca nella stanza degli incantesimi. È il giorno dell’inaugurazione, qualche mese dopo: la fila per entrare inizia dalla piazza di Rocca. È il drone di Oliviero che solleva il leggerissimo telo che ricopre la teca e poi inizia a riprendere Francesco D che mostra il foglio con le sue ultime parole. Francesco ha l’espressione ieratica di un Cristo bizantino:

“In verità, in verità vi dico… qui non si respira”

Si accende una mischia; tutti vogliono baciare la teca. Enrico B placa la folla: “Calma, nel tempo che verrà Francesco D sarà di nuovo tra di noi”. Ma quando sarà questo tempo? rumoreggia la folla. “Lui l’ha detto: nel 3033”. Ma sono più di mille anni… la folla rumoreggia ancora. “Solo un battito di ciglia” replica Enrico B.

Federico F ordina: “Cambio scena! Ma Marcello dov’è?”


SENSO E SAPORE

Dal giardino dello scorpione irrompe amplificata la voce di Barbara P: “Perfetto, mentre io scatto, tu gli passeggi davanti mostrando le tue ossa splendenti di luna e protese “all’ultimo respiro” di Francesco D … Francesca I dice che va bene ma che ha freddo; la luce della luna se la può scordare. Provvedesse a un sole, piuttosto. Barbara P provvede. Il sole ha i capelli neri; si gira e, in assolvenza lenta, diventa Sabrina V seguita da uno stuolo festante di sue creature.


Il pozzo erutta di nuovo: erutta Marco B. È vestito da cosacco e scortato da due robot-mamuthones, uno dei due è bifronte e sul petto ha inciso “Igor I”. Non parla Marco B, ma pensa a fumetti in realtà aumentata. Fumetti che si aprono con il rumore degli ombrelli automatici, solo il tempo di leggerli e poi si dissolvono. Progetta di associare gli NFT alle bave d’arte che Vincenzo P, provato dalla fatica ma irremovibile, ora sta stivando nel teatro sotterraneo. Ha preparato anche un cartello: “testimonianze sintomatiche nell’era della socializzazione del disgusto”. A un gesto di Marco B scompaiono i robot, sostituiti dagli ologrammi di Luisa P e Laura C che lo intervistano. Le loro domande diventano parole di pietra che cadono per terra e sostituiscono progressivamente la pavimentazione: un gigantesco testo lapideo. All’improvviso Marco B le abbraccia e dice: “Gli castellani”.


A quell’annuncio Cristina C è colta da una violenta crisi di panico perché, secondo il parere autorevole di Claudio S e Giuliana S:

" l’uso improprio dell’articolo “gli” comporta una frequenza di vibrazione molecolare tale da compromettere la stabilità del Castello, anzi dell’intera Rocca, forse anche dell’intera provincia e (chi può dirlo?) anche oltre…"

Cristina C alza le braccia al cielo, stringe i pugni e dice parole incomprensibili; sembra invocare il Grande Spirito del Castello.

Il Castello, che da lungo tempo, aveva confidenziali rapporti con Marco S gli chiede d’intervenire: non si può tollerare lo spettacolo di un’antropologa in crisi etnografica. Marco S accorre su un tappeto volante, che non è un tappeto ma una tavola di ulivo; fa un giro vorticoso sul terrazzo dello scorpione e cala nella corte. Oliviero P vuole provare la tavola. Ne atterra un'altra. Ne scende un uomo con la faccia da pugile e il “Fedro” sotto il braccio. Marco S lo abbraccia, poi gli fa un segno come a dire: procedi. Nando dG con un tono paterno ma definitivo apostrofa Marco B:

In questo contesto l’articolo “gli” ha diritto di cittadinanza solo riferito agli gnocchi di Teresa e a poche altre prove dell’esistenza del divino; lo diceva anche Socrate, almeno da quanto riferisce Platone. E pure Berio, no?”

Tutti gli danno ragione con un cenno della testa; poi guardano Marco B.


Si apre un timer gigantesco in realtà aumentata, che scandisce i secondi: è partito da 30. A 23 Marco B conviene che l’articolo proibito, abbinato agli gnocchi, ha tutto un altro sapore; quanto a Berio poi… certo, si ricorda di essere un suo allievo spirituale. Quando finisce di parlare-pensare a fumetti mancano ancora 8 secondi.

Applausi.


DOMANI È UN ALTRO GIORNO

Dall’alto dei merli giunge la voce di Andrea P: “Attenti voi laggiù: non sprecate il male, non sprecate il tempo, fateci qualcosa!”. Lo ripete più volte: è un’esortazione, è un ordine, è una preghiera. Marco S alza lo sguardo: quella sollecitazione di Andrea P gli ricordava cose vissute, scritte e descritte. In controluce intravvede anche Verena S e si rammarica di non aveva ancora svelato ai due un vecchio segreto nel quale sono coinvolti.


Affianco a Verena, lassù, c’è un’altra figura femminile che trattiene con le mani un grande cappello, urla qualcosa a Marco S che non capisce; il vento si porta via le parole. All’improvviso le compare a fianco uno dei palloncini d’alluminio di Endecameron 20, che diventa sempre più grande, più grande, più grande… ora è gigantesco e si legge bene una scritta:

“glielo dirai domani, domani è un altro giorno!”

E la donna vola via, scompare velocissima aggrappata alla corda del pallone che trascina con sé tutte le mascherine anti Covid risucchiate da ogni dove del Castello.

Il suo cappello è rimasto incastrato tra i merli; né Verena che era accanto a lei né Andrea si sono accorti di nulla, ma Verena vede il cappello e lo indossa.


In un angolo della corte c'è Teresa: con un largo retino da pescatore intercetta gli gnocchi che Giorgia G spara dai capezzoli. Barbara P urla che deve spararli al massimo 1/250entismo, che cazzo!! Teresa dice di non distrarre Giorgia che ancora ne deve produrre altri; ne servono almeno 6 chili. Giorgia spara una raffica che riempie il retino. Teresa barcolla ma non ne perde uno.


“AND DID IT MAY WAY” (la trapezista e le gattonanti)

Si sentono le note di May Way: è un’altra tavola volante ma grande come un palcoscenico gigantesco. Occupa, all’altezza dei merli, lo stesso spazio della corte; d’improvviso è sera. Francesca F su un trapezio appeso a quel palcoscenico volante compie evoluzioni tra fasci di riflettori, senza scendere mai fino a terra e cambiando volto in continuazione: è lei che canta, ora con il volto insanguinato di Michelle O. Ad ogni evoluzione, cambia volto e il precedente si deposita su un merlo del Castello: quando l’opera è completata, tutte le teste contemporaneamente si girano verso l’esterno e illuminano, con raggi laser dagli occhi, i quattro punti cardinali.

La corte sembra un’astronave pronta a decollare staccandosi dalla rocca.


Si sentono voci concitate: sono Oliviero, Bianca e Sveva che vogliono salire a bordo. Ma, di colpo, è di nuovo giorno, Francesca F, il palcoscenico, il trapezio non ci sono più; per terra resta un microfono dorato che in maniera sempre più flebile trasmette note. Sveva lo raccoglie: il microfono appassisce come un fiore. Sveva lo culla, gli soffia sopra piano: il microfono riprende vita e parla con la voce di Alexa. Dice che la spedizione è stata consegnata.


Da una dozzina di scatoloni di Amazon escono dei giovani, come dei Linus con coperta in mano; si muovono lentamente a quattro zampe leggendo sommessamente. Luisa e Laura li seguono, li incoraggiano, ogni tanto li sculacciano. Uno trova un paio d’occhiali a forma di Alessandra F.

Federico F urla:

“Nooo, devono gattonare come bambini, questi camminano carponi come vecchi artrosici. Quei due in fondo strisciano come serpenti. Nooo, non ci siamo! Luisa, Laura fategli vedere… Non mi fate arrabbiare!”.

Luisa e Laura sono bambine ora e un’istante dopo lattanti: Luisa gattona ridendo, Laura ci prova ma si rovescia sulla pancia e annaspa con braccia e gambe ridendo.

Federico F applaude.


LA CHIAVE E LA CROCE

Compaiono Nanuk e Lena impegnatissimi a marcare il territorio con pisce, accuratamente alternate, e chirurgiche: pisciano solo sulle vocali del testo di cui è lastricata ormai tutta la corte. Arriva Enrico P con l’annaffiatoio.


Marco S gli fa cenno, si avvicina. Gli chiede se sia patologico ricorrere a Rossella O ogni volta che vuole rimandare qualcosa.

All’improvviso Marco si rende conto che Enrico è come frizzato su uno schermo e non ha la calotta cranica: la parte superiore del cervello è a nudo e si mette in moto proprio come nei cartoon. Da un orecchio di Enrico P esce all’improvviso un uccellino del cucù con un biglietto nel becco. Marco S fa per prenderlo, ma lui torna dentro. Esce dall’altra parte. Tenta di prenderlo ma lo manca di nuovo: l’uccellino non esce in maniera alternata dalle orecchie ma casuale. Marco S decide di tenere ferma la mano solo da una parte. Stavolta l'uccello esce lentamente e gli deposita il biglietto in mano, dicendo distintamente “Leggilo allora!”

Marco S lo apre: “Temo non sia il giorno giusto. Domani, rifammela domani la domanda!”.

“Ma perché domani, Enrico? e poi è fastidioso parlare con un uccello auricolare!” osserva Marco.


Adesso Enrico P è davanti a lui in carne e ossa e cervello al vento. Gli sorride, come a chiedergli comprensione: “Perché domani, lo sai, è un altro giorno. E ora devo andare a liberarli!”
“Liberare chi?!”
“Gli artisti degli anni precedenti”
“E quando sono arrivati?”
Di nuovo l’immagine di Enrico P si frizza: esce dall’orecchio l’uccellino del cucù. Che stavolta vola sulla spalla di Marco S e gli sussurra: “Non ne sono mai usciti”.

La volta cranica di Enrico si richiude con uno scatto secco. Ha tra le braccia una grande chiave, che sembra crescere a vista d’occhio: ora la porta come una croce sulla spalla sinistra; si dirige con fatica verso le segrete del castello. Dalla penombra emerge il terapeuta, che ha la voce e la barba di Enrico B: “Portiamola insieme, è troppo pesante per un uomo solo…”.


C’è un altro stremato lungo il corridoio: è Vincenzo P. Più che parlare, soffia: “Dove andate, incoscienti!? Non sono ancora pronti, non sono ancora pronti…”. Stefano B lo raccoglie sulla sua gondola. Vincenzo sembra rinfrancato, canta qualcosa sottovoce.


L’intero Castello ora galleggia su una laguna: non si distingue il mare dal cielo. Come un quadro di Remo Brindisi: l’isola di Rocca Sinibalda vista da San Marco.


SONO TUTTI LÌ. NEL COLOSSEO

Nanuk e Lena si accucciano ai piedi di Marco S, ma non sono soli nel silenzio della corte grande.


Federico F è in una delle nicchie che affacciano sulla valle, alza le braccia e urla ripetutamente con una nota straziante: “Silviaaaa, ridammi Roma!”. L’eco è così ridondante che torna indietro e colpisce lo stesso Federico F come una frustata.

Un rumore di temporale o di vulcano copre la sua voce, poi scalpitio di zoccoli e Silvia DG arriva sul cavallo d’argento; con piroetta elegante gli lancia il Colosseo. Federico F è felice, si libera degli abiti, ora è un bambino nudo ed esultante. Sotto un arco c’è Giulietta M ad attenderlo. Federico F gli tende le braccia; Giulietta che ora è una gigantesca Saraghina lo adagia tra i suoi seni.


Gli archi del Colosseo si riempiono di personaggi, sono tutti amici scomparsi o viventi di Marco S. Hanno un’aria serena, sembrano discorrere con sculture famose che hanno a fianco. Vincenzo L dice qualcosa a Marco Aurelio che annuisce; poi Vincenzo sale sul cavallo, con fatica ma deciso.


Marco S ha un mirino da videogioco e può zumare su ogni arco. Vede Alessia B impegnatissima a spiegare la metodologia delle mappe mentali in un’aula affollata; riconosce al primo banco Decio M, accanto a lui Socrate che alza continuamente la mano. Decio M si spazientisce e chiede di cambiare posto.


Sente un odore forte di salmastro, ora. Ingrandisce: c’è Rosita. Là sullo scoglio è viva, è vera, e parla con quella sua voce trillante da rondine felice:

“Due conchiglie sugli occhi, una sulla bocca, una sul cuore, una dove vuoi” e quello sguardo dalla malizia intatta che attraversa il tempo: sa di mare e di more, Rosita. Marco S sente la sua mano sulla nuca. Gli occhi verdi sono vicinissimi e spalancati; lei non li chiude mai.

Il Colosseo ruota e gira vorticosamente come una roulette: si ferma sull’arco “Gregorio VII”.

Marco ingrandisce: c’è suo padre con il fazzoletto nel taschino e la madre che gli sta sistemando la cravatta. Si girano. Il padre ora ha in mano un’urna, ci sono sopra le date di Anna: “Andate tutti insieme?”

La madre lo rassicura: certo che andranno tutti insieme. Gli sorridono entrambi. Il Colosseo ricomincia a girare e stanno per sparire alla vista di Marco, ma il padre ha il tempo di indicargli una busta gialla che spunta dalla tasca della giacca. Marco capisce, sente forte una fitta alla schiena, vorrebbe dire qualcosa al padre ma il Colosseo gira, gira sempre più velocemente, si rimpiccolisce e scompare nel pozzo. Si è acceso un fumetto crudele e intermittente:

“Game is over”.

Il tempo è finito e Silvia DG se lo porta via: sprona il cavallo; il rumore degli zoccoli è sempre più lontano, giù lungo la discesa verso il portone del Castello.


COME L’ARCANGELO GABRIELE

Si accendono le luci; siamo nel cinema Sacher. Nanni M, che è seduto tra Massimo C e Francesca I, fa cenno a Marco S d’avvicinarsi; gli sussurra qualcosa nell’orecchio e lo spinge con forza verso il palcoscenico. Marco S sente una fitta alla schiena e vorrebbe che Massimo C andasse con lui.

Non si può.

La sala, vista dall’alto è piena di umani e androidi. Un umano si alza e dice: “Uno vale uno”. Un androide si alza: “Anche no!”. La platea si divide tra brusii e fischi.


Marco S alza il braccio e fa un gesto come a raccogliere quel dissenso nella sua mano chiudendola a pugno. Nanni M, ora è in piedi sotto il palcoscenico, con lui ci sono tutti gli artisti di ogni Endecameron, ciascuno con l’anno sulla testa, capitanati da Marcantonio L che sulla fronte ha scritto “Spartacus pandemicus”.

Gli androidi sono rimasti tutti seduti e osservano in silenzio.


Gli umani insieme invocano: “Ora, Marco, ora!” con un’angoscia nella voce che fa male. Marco S riconosce nel gruppo anche Federico C e vorrebbe parlare con lui, deve parlare con lui! Il dolore alla schiena ora è tremendo, non riesce a parlare, fissa intensamente Federico C per tenerlo agganciato con lo sguardo; ma Nanni M gli urla che il tempo sta per scadere. Si piega di più per afferrare Federico C: una fitta gli taglia il respiro ma resiste. Nanni M urla di nuovo. Marco S sente che la sua mano non stringe più quella di Federico C ma solo il manico della borsa nera. Poi si sente tirare su, molti intorno a lui lo assistono, lo incoraggiano, lo vestono. Francesca I gli massaggia le tempie. Qualcuno con la barba lo sta abbracciando e gli sussurra nell’orecchio: “Meraviglia, meraviglia; tra poco è tutto finito!”. Salvatore e Oriana stanno armeggiando sulla vertebra che gli procura il dolore. Oriana gli ripete che presto sarà tutto finito.


Addobbato del mantello sontuoso dell’arcangelo Gabriele di Simone Martini, Marco S avanza sul palco. Vede le parole uscire dalla sua bocca con lettere dorate, come nell’Annunciazione. Le parole sono afone ma hanno un’eco che rimbalza verso spazi talmente infiniti che lo sforzo d’inseguirle, anche solo con lo sguardo, consuma tutta la sua energia.

Cade, come corpo morto cade e gli sembra cosa davvero irriverente il riferimento dantesco. Nando dG glielo fa notare, con affetto, prima di sollevarlo aiutato da Edoardo DP; lo adagiano sul letto di Van Gogh nella stanza di Arles.


La corte ora è una grande piscina, il pozzo è un trampolino. Il colore dell’acqua cambia di continuo secondo una sequenza che Marco S riconosce: sta nuotando in “Watercolor” di Renato Cerisola. Nanni M è seduto sul bordo; più in là, sullo stesso bordo, un gruppo con maschere etniche osserva in silenzio. Marco S si avvicina nuotando a Nanni M e gli sussurra: “Le parole sono importanti!”. Nanni M esulta come se avesse segnato un gol. Enrico P e Cristina C sorridono. Andrea P fa cenno ai mascherati di tuffarsi. Solo Luisa P è senza maschera e urla felice che sta bene.


Suona la campana tibetana. Tutto si placa, c’è una grande quiete, il mondo è risucchiato: Cristiane G raccoglie in pile ordinate gli specchi delle sue magie.

LA TESSERA MANCANTE

Il cactus ha trattenuto un foglio, non l’ha fatto con altri: non ha potuto o non ha voluto. Della tessera mancante, ì ricordi sono sempre più labili: sensazioni confuse senza quasi più una narrazione. È giusto lasciarla andare con i fogli volati via. Chissà cosa penserà chi li avrà raccolti. Se l’avrà raccolti e se avrà avuto voglia di leggerli.



TABELLA DEI PROTAGONISTI DEL SOGNO A TESSERE DI MARCO S

NEI GIORNI DEL COLPO DELLA STREGA DEL GIUGNO 2021


Tabella personaggi
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