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Aftermath



Ripenso al processo, alla visione d’insieme, alla comunità artistica temporanea che si è venuta a creare per felice intuizione di Francesca F. Il supporto incondizionato di Cristina ed Enrico. La presenza delicata e di qualità di Francesca I. La sensibilità di pensiero di Luisa. Le attente letture di Alessandra e Marco. Rileggo approfondimenti, incantamenti e i ringraziamenti di ieri. Penso all’affettività nella rete. Vorrei dire di più su questa, senza essere ingenuo, senza scivolare nel sentimentale, cosa che non riuscirei a fare. Penso allora all’opera collettiva realizzata. Al privilegio di farne parte. Con gli elementi a disposizione, raccolti e archiviati, quest’opera collettiva la immagino. Cerco di capire cosa porta con sé, cosa esprime. Provo a darle forma nella mente, nel cuore. Penso al lavoro di tutti voi: curatorx, organizzatorx, artistx, cavalierx-compagnx di viaggio. È un’opera che mi viene naturale collegare alle sei memos evidenziate da Calvino nelle sue Lezioni Americane.


La leggerezza/luminosità di ciascun intervento. La rapidità di pensiero di ognuno. L’esattezza d’esecuzione. La visibilità offertaci. Le molteplici co-esistenze. La loro consistenza.

In quest’opera collettiva riconosco queste qualità, ma anche coerenza d’intenti, eleganza sobria, ricerca della semplicità nella complessità, attenzione al contemporaneo. Nel realismo magico che l’immateriale consente, poiché ci invita a confrontarci con l’impossibile per renderlo possibile, la ricerca di ognuno alla luce della situazione attuale che stiamo vivendo, mi ha riportato alla mente una frase di Gide nella sua Poetica: “L'art commence à la résistance; à la résistance vaincue” (l’arte comincia dalla resistenza; dalla resistenza vinta), e anche il proverbio “Chelapa Ta Kala” (le cose belle sono difficili), più volte pronunciato da Socrate nei dialoghi. Già, a proposito di bellezza. Come performer, tendo a leggere la bellezza come un’immagine volatile da appendere al chiodo dell’istante, citando Redi. Nelle nostre performance a volte ci affidiamo ad un concetto di bellezza inteso come sfida, provocazione, oppure come costrizione o “trappola in cui cadere” (Wilde) per “scoprire nuova bellezza, poiché tutto il resto è una forma d’attesa” (Gibran). Costrizione dalle quali liberarsi di nuovo, facendo in modo che la nostra stessa esistenza diventi “un atto di ribellione” (civile e poetica), come scriveva Camus, che poi continuava: “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.” Nel tempo della rivoluzione digitale, del collasso climatico, della pandemia globale, della restrizione di movimento, dell’isolamento e del dislocamento forzati, delle migrazioni di massa, della sorveglianza pervasiva, dell’isteria pornografica del politico, della pressante manipolazione mediatica, dell’etica alla deriva, l’esperienza di Endecameron 2020 digital edition mi ha confermato che fare bellezza significa non smettere di cercarla mai, qualsiasi siano le circostanze, abitandole per poi attraversarle.

Andrea Pagnes (VestAndPage)

Per Endecameron 2020 digital edition

30 luglio 2020

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